Sono trascorsi circa tre anni dalla
scomparsa di Dino Formaggio. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne non solo la grande statura intellettuale ma anche la disponibilità al dialogo ed il calore umano. A lui si deve una definizione di arte che segnò una svolta fondamentale nel campo dell'estetica.
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| Dino Formaggio |
“L'arte è tutto ciò che gli
uomini chiamano arte”:
definizione ormai celebre e citata non sempre a proposito, ma purtroppo talora con leggerezza e superficialità - trascurando o peggio
ignorandone il contesto argomentativo- al punto da essere fraintesa, sia da chi con supponenza la considera alla stregua di una
mera tautologia (e non lo è), sia da chi la ritiene piuttosto
un'espressione estrema di relativismo che tutto giustifica e tutto
legittima (e nemmeno questo era nelle intenzioni del filosofo). Era
piuttosto e tuttora è “l'unica definizione accettabile e verificabile
del concetto di arte”, l'unica
che dia concretamente ragione dei continui processi di azzeramento
e dissoluzione -per deflagrazione o progressiva estenuazione- e del
pari di sempre rinnovato inizio, con una vistosa e altrimenti
inspiegabile accelerazione nel cosiddetto “secolo breve”
da poco trascorso;
una
definizione che ha l'indiscutibile pregio di sottrarsi alle secche di retaggi idealistici ed è
soprattutto fondata su una rigorosa distinzione tra poetica,
che appartiene in pieno alla sfera dell'intenzionalità di
una modalità artistica specifica (di tendenza, di gruppo e in larga
misura persino individuale), critica,
con le sue finalità di commento e valutazione ed infine l'estetica,
come teoria generale della sensibilità e teoria speciale
dell'esperienza artistica,
prefigurandone l'approdo nell'ambito delle scienze umane.
Non è, dunque, possibile definire in astratto l'arte prescindendo dal contesto culturale che la riconosce e la legittima: l'arte è il suo concreto divenire.
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