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mercoledì 25 gennaio 2012

Dino Formaggio (III)

In un post precedente (leggi) sottolineavo la rilevanza del tema della tecnica artistica nel pensiero filosofico di Dino Formaggio, tecnica analizzata non nei termini asfittici della precettistica di mestiere ma nella concretezza della elaborazione e trasformazione di stimoli, emozioni e materie attraverso la prassi corporea sensibile, come processo "di un conoscere facendo e di un fare conoscitivo", che proprio in quanto tale è "il lavoro dell'arte", ma anche liberazione del lavoro, essendone l'espressione più piena. Del resto Dino Formaggio aveva esperienza diretta dei processi immaginativi e realizzativi propri dell'arte, sottoposti poi al vaglio della speculazione intellettuale, essendo artista egli stesso di un certo talento, dissimulato spesso nelle forme di un arguto divertissement, assemblando e saldando ingranaggi, tondini e lamiere che d'incanto prendevano le sembianze di turgidi fiori surreali e personaggi, soprattutto l'amato Don Chisciotte, mettendo a frutto la sapienza artigiana appresa da adolescente; non a caso ricordava spesso con orgoglio le proprie origini operaie (aveva infatti iniziato a lavorare quattordicenne nelle officine meccaniche milanesi della Brown Boveri). Un verso dell'artista anarchico Giandante X ("Eterno Viandante tra i poveri e le stelle") gli inspirò nel 1993 la scultura di grandi dimensioni a fianco riprodotta, nella quale la razionalità della composizione e la saldezza costruttiva si aprono all'invenzione fantastica con accenti di delicata poesia.

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