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martedì 10 gennaio 2012

Il sasso nello stagno (I). Transavanguardia: fu vera gloria?

Achille Bonito Oliva
Sembrava che lo scorso anno le luci del palcoscenico per il 150° anniversario dell'unità d'Italia fossero riservate - per quel che riguarda l'arte contemporanea - all'Arte Povera, con un fitto programma di esposizioni che avevano naturalmente come "deus ex machina" Germano Celant; puntuale ma non del tutto inaspettata è arrivata la contromossa di Achille Bonito Oliva, eterno rivale nella lotta per la leadership della critica italiana. Mostre e convegni hanno così durante tutto il 2011 riacceso i riflettori sulla Transavanguardia, i cui caratteri distintivi sono, o meglio sarebbero, il ritorno alla manualità, la citazione, l'attraversamento di tendenze e poetiche anziché il loro continuo superamento, il Nomadismo (più o meno sono questi quelli più ricorrenti nelle numerose ricostruzioni di un fenomeno precocemente storicizzato). Mi si consenta però un dubbio: vi dice niente il nome di Picasso, figura simbolo della stagione eroica delle avanguardie e dell'intero Novecento? Si può dire che non ci sia stile del passato che non abbia rivisitato ignorando qualsiasi gerarchia, movimento della contemporaneità che non abbia attraversato (ripercorrendo spesso a ritroso la storia dell'arte); ed è inoltre un autentico funambolo della citazione...Sostanzialmente - e a dispetto di corposi cotributi teorici - credo si possa ormai affermare che l'apporto originale e significativo della Transavanguardia sia stato il ritorno alla manualità (molti altri a dire il vero non l'avevano mai abbandonata, ma - onore al merito - altra cosa è imporla al mercato) dopo la stagione fredda del minimalismo e del concettualismo, ormai avvitata su sé stessa; un "ritorno all'ordine", si potrebbe dire, come quello all'indomani della prima guerra mondiale e più in generale tutti i ritorni che caratterizzano il percorso tutt'altro che lineare della storia dell'arte. Si recuperebbe così un sano e troppo spesso trascurato senso della misura; agli artisti non corre obbligo rispettarlo, ma alla critica sì.
So bene che molti - o più realisticamente alcuni - troveranno a ridire sulle mie conclusioni (ammesso che leggano il mio modesto blog, che di certo non raggiunge i manzoniani "venticinque lettori"), contrapponendo cifre, documenti, dati "oggettivi"; ma non è forse lo stesso A.B.O. a sostenere - non ho il tempo di controllare la citazione, se non fosse vera è quantomeno verosimile - che "l'obbiettività è un dato improbabile, è una fiction" ?

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